LONGBOARD – CAPITOLO PRIMO #2

LONGBOARD FREERIDE 04

Mentre aspetta Andrea cerca di asciugarsi il sudore con le maniche, ma il casco non permette di andare oltre gli zigomi. Poi la strada è libera, un ragazzo e una ragazza si tengono per mano. Andrea carva largo finché riesce a trattenere la velocità che gli scappa sotto il doversi abbassare e sporgersi in avanti sempre di più, si arrende e si raccoglie. Non gli rimane che slidare come prima, forse un po’ peggio, ma l’oleandro le luci il cassonetto bianco rovesciato la rete il tombino drittotagliato da uno stand up di quello con la magliettona a larghe righe orizzontali. Risale zoppicando.

– Neno, sembra sculetti.
Andrea sorride e gli mostra il medio.
– Vaffanculo, giovane.

Si siede su un cordolo umido di campagna. Appoggia i piedi sulla tavola che si è costruito da solo, si slaccia i guanti, stende le gambe, senza darlo troppo a vedere si massaggia i muscoli lombari. Davanti a lui continuano a precipitare occhi fissi sulla strada, aste di go pro che passano di mano in mano, speed wobble ripresi e no, foot brake con stile e no. Dietro di lui i cespugli si increspano, fruscii di piccoli animali, deboli luci, sussurri.

– Ci tenevo tanto a battezzare nel modo giusto la nuova tavola. Mi viene una specie d’illuminazione per caso perché cammino e pesto una merda nel parcheggio e pulisco la suola sull’erba e mi sembra di aver fatto un buon lavoro così mi faccio un giro e mi accorgo che c’era della merda anche sull’altra scarpa e dico a me stesso che peggio di così non può cominciare e stavo tranquillo ma invece becco un sassolino ninja e casco mani avanti. Vaffanculo, andavo loffio per conoscerla meglio e nemmeno mi ero messo le protezioni. Risalgo sulla tavola e c’è il sangue che sgocciola lungo le dita, mi fa delle macchie nere sul grip, prendo la mira e mi viene fuori una specie di faccia e le orecchie grosse come topolino. Mancava una cosa, però. C’era quella ragazza americana…

La luce dei lampioni dalla parte opposta della strada e quella dei fari delle auto disegnano aloni e corone e proiettano fuori ombre strane, foglie sottili di oleandro disegnano sfumature mimetiche sui volti, brillano negli occhi. Delusi dal drift trike che non tiene, i bikers si allontanano in una colonna fragorosa. Una moto che svolta velocemente va a lanciare per un attimo il profilo di una ruota, del taglio di un deck su dei jeans strappati e scompare come si spegneva un televisore nel rivetto schiacciato deformato e inutile di una ginocchiera.

– Ma che quella fissata coi B-52? L’amica di Marco?
– Sì, proprio quella. Un po’ troia…
– Insomma, ho sparato un po’ di cazzate tra il romantico e il mistico, ci siamo fatti un po’ di birre e qualche canna e le ho chiesto se me lo succhiava mentre stavo sulla tavola. A lei questa cosa la eccitava…
– Vedi a che servono le ginocchiere!
– …così quando finisce le dico spalma qualche goccia – erano le mie prime Blood Orange, uno spettacolo – e poi non siamo tornati dagli altri, io avrei voluto girare subito ma ero anche troppo ubriaco per farlo e siamo stati per ore a parlare del fatto che una tavola per essere veramente tua andrebbe consacrata con tutti i crismi che insomma è come un altare che schizza sulle sue rotelle al quale mica ti offro dei fiori di plastica, ma quello che ci rende veramente degli essere umani, non lo so, sono cose che vengono girando e… così il giorno dopo mi sono buttato a cannone e al primo speed check mi parte subito male e vedo il guard rail che si avvicina e mi infilo sotto spacciato ma poi non so come do solo una strusciata…
– Ma dai, ancora con questa storia? Sei proprio un übercock!
– Così, per dire, che sono tutte cazzate. Io non faccio proprio più niente. Altro che…
– Però in finale è andata bene, no?

All’improvviso tutte le voci pagane di superstizione tacciono in un’attesa e anche il bisbiglio si adatta a nuove condizioni e poi tutti cominciano a mormorare e ad ululare e le grida diventano sempre più alte e compatte finché una posizione contratta si rilassa davanti ai suoi occhi e le braccia si piegano davanti al corpo come una mantide grottesca e gentile e teatrale e poi si ripiega e poi è sempre più bassa e ruota diventando un grosso ragno implorante di corpo e ghignante di bocca ed esplode in una scia di scintille scoppiate da una piastra di metallo fissata sul casco.

© Riproduzione riservata

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